Parola di Tacita Muta.

Da una rivista di divulgazione storica, febbraio 2027

 

Dieci anni fa, nel febbraio 2017, un’esplorazione speleologica amatoriale ha portato ad una scoperta archeologica sconvolgente: stiamo parlando del ritrovamento della cosiddetta Grotta di Tacita Muta, alle pendici del Monte Soratte. Un evento che di fatto ha aperto le porte ad una piccola rivoluzione, nella concezione che abbiamo dell’universo mitologico latino-arcaico.

Una scoperta importante dunque, e non solo per l’Archeologia o la Storia delle Religioni. Tutt’altro: essa ha infatti portato a conseguenze di notevole rilevanza anche per quanto riguarda il mondo dell’esoterismo, e più in generale nello studio del paranormale. Fino, addirittura, a determinare l’evoluzione di alcuni dei cosiddetti “nuovi culti pagani”, che a partire da quella data hanno registrato un vero e proprio boom nel territorio nazionale.

Come noto, però, la storia non si è fermata qui. A testimoniarlo resta soprattutto una manciata di nuovi culti, i quali si sono venuti a creare negli anni come esclusiva conseguenza dell’aura di mistero che ammanta questo luogo magico. Culti squisitamente autoctoni; per i quali infatti, c’è da specificare, sarebbe più corretto parlare di “recupero”. E che stanno strappando fedeli alle sette e religioni pagano-sincretiche finora più affermate, spesso di origine anglosassone.

La storia di questa scoperta è quanto di più semplice e casuale si possa immaginare. Entrata in una cavità di origine carsica, infatti, una coppia di giovani esploratori si è trovata all’interno di un’enorme caverna calcarea; un ambiente che – secondo quanto hanno riportato inizialmente – presentava “notevoli irregolarità”, tanto da spingerli a segnalarlo alle autorità scientifiche. A detta degli esperti accorsi sul campo, essa presentava un sito atto ad essere abitato: uno spazio ampio, sgombro e relativamente ordinato, sul suolo liscio di quello che – con tutta probabilità – è stato una volta il letto di un fiume.

Al suo interno spiccava una pur esigua raccolta di utensili, che gli archeologi continuano a dichiarare “misteriosi, oscuri, di inestimabile valore”: una piccola collezione di bracciali femminili, spille per capelli, collane, diademi… La lavorazione, databile a partire da almeno duemilecinquecento anni fa – i primi secoli di Roma –, presenta non poche peculiarità: prima fra tutte, una “raffinatezza pressocché sconosciuta al mondo latino arcaico. Una fattura oscura, di difficile catalogazione, capace di far impallidire il più abile degli artigiani etruschi”.

Ciò che ha destato però la meraviglia di – letteralmente – tutto il mondo, a cominciare proprio dagli archeologi, dai classicisti e filologi italiani, è stato un altro ritrovamento “miracoloso”; quello, poi, che ha dato il nome alla grotta. Sul fondo della caverna, infatti, dopo un largo cunicolo di circa una trentina di metri, è stata ritrovata la più imponente iscrizione della storia dell’epigrafia latina: una maestosa incisione rupestre, formata da un testo largo quindici metri ed alto dieci, a sua volta iscritto a caratteri enormi sull’intera parete fondale della grotta.

La tecnica di realizzazione sembra sconosciuta agli esperti, i quali assicurano che le lettere “sembrano essere state impresse direttamente nel calcare con un oggetto rovente, un po’ come si marchia a fuoco un animale”. Un’analisi chimica, adoperata sui sedimenti presenti nei solchi dell’incisione, ha inoltre evidenziato la presenza di alcuni metalli, insieme ad un cospicuo deposito di polvere di carbone e di zolfo. Questo, stando agli esperti, spiegherebbe il colore giallo scuro con cui l’enorme scritta si presenta alla vista.

Un altro enigma riguarda la lingua in cui è formulata l’epigrafe. La base sarebbe quella di un latino arcaico, il quale però avrebbe presentato notevoli difficoltà anche ai più eccelsi luminari italiani: si tratterebbe, a dir loro, di “un idioma ostico, denso di termini di origine incerta e di difficile interpretazione”.

Cosa contiene il testo? Cosa ci racconta questo straordinario ritrovamento, che l’eccezionalità degli eventi ha conservato intatto fino ad oggi?

Lo scritto, tutt’ora al vaglio di un’ampia schiera di cattedratici, narrerebbe in prima persona il mito di un’antica divinità romana: Tacita Muta, dea del silenzio. Nata dal fiume Almone, come ci racconta Ovidio, fu trasformata in divinità infera per ordine di Giove. Una curiosità riguarda la chiusura del testo: in essa, infatti, riecheggerebbero le parole che la tradizione – e in particolare Tito Livio – attribuisce alla sventurata Lucrezia, che con la divinità condivide la violenza carnale. Sono parole, però, in decisa controtendenza rispetto a quest’ultima: da una parte (Lucrezia) l’invito alle donne romane di porre il proprio onore al di sopra della loro stessa vita; dall’altra l’invito a ribellarsi ad un destino, quello del silenzio, imposto dai romani alle proprie figlie e coniugi.

Gli archeologi continuano ad interrogarsi sull’iscrizione, ed in particolare su quale possa essere stato il suo autore, sulla funzione che poteva ricoprire, sul motivo stesso della sua esistenza. L’interpretazione che sembra prevalere all’interno della comunità scientifica è che essa sia stata prodotta all’interno di un culto misterico, rimasto finora sconosciuto e dedicato proprio a questa divinità latina: un culto che, celebrato nel silenzio della grotta – il che si addice alla dea del silenzio –, poteva risultare simile per alcuni tratti alle cerimonie dei Lupercalia.

La conferma di quest’ipotesi aprirebbe a grandi novità nello studio di questa figura mitologica, oltre che al complesso della religiosità antica. In primo luogo, l’esistenza di un culto misterico ad essa dedicata, in parallelo alle cerimonie dei Parentalia e dei Feralia – che il 21 febbraio celebravano la dea –, ci consentirebbe di approfondire la nostra conoscenza dei culti misterici in età arcaica. Il che già non è poco, vista la carenza di fonti che tradizionalmente fa sospirare gli studiosi.

Ma non solo. Tacita Muta è, per molti, un simbolo. Essa è l’emblema del silenzio, virtù massima femminile imposta dal mondo patriarcale romano alle proprie donne. Una figura, quindi, che non ha mancato di suscitare interesse in chi si è trovato a studiare i rapporti fra i sessi nell’Antica Roma – vedasi in primis Eva Cantarella –; fino a diventare, al pari della biblica Lilith – ma ancora decisamente meno famosa –, uno dei simboli delle lotte femministe più recenti. Non è un caso, dunque, che il suo nome sia stato adottato da diverse associazioni di militanza femminista, nonché da gruppi di studio storico al limite dell’attivismo. E questo ben oltre i confini italiani, in particolare in Spagna.

Il silenzio come virtù e dovere femminile dunque, ma anche come arma del patriarcato. In questo senso, l’esistenza di un culto misterico dedicato alla dea che più di ogni altra personificava questo status di soggezione potrebbe cambiare, anche se solo parzialmente, la nostra visione di quel mondo fatto di oppressione e disequilibrio.

Ma qualcosa non torna, c’è da dirlo. Sono in molti a dubitare dell’ipotesi cultuale, poggiando il proprio scetticismo sulla mancanza di prove ritrovate e, soprattutto, sulle grandi incertezze che l’analisi scientifica dell’iscrizione sta continuando ad evidenziare. Una parte considerevole del mondo accademico, in sostanza, raccomanda la sospensione del giudizio; almeno, dicono, fino a quando non si sia chiarita la tecnica dell’incisione e la sua provenienza.

Una conseguenza clamorosa di questa incapacità, da parte della Scienza, di fornire spiegazioni certe, è stata – come si accennava – l’apertura al mondo mistico ed esoterico. Suscitando a sua volta l’attenzione dei mezzi di comunicazione, delle trasmissioni televisive, persino del cinema. Accanto a chi chiede di sospendere il giudizio, infatti, si è schierata una parte non indifferente – ma pur sempre marginale – del mondo scientifico, che continua a dichiarare nientemeno che “l’impossibilità della fattura umana” della scritta in questione.

Sulla base di questo dato è presto sorta presso gli indagatori del paranormale la convinzione che l’autore – o per meglio dire l’autrice – della scritta sia da individuarsi nella stessa divinità latina: nientemeno che Tacita Muta, fuggita in qualche modo dagli Inferi. Il contenuto dell’iscrizione, in effetti, presenta tutte le caratteristiche del cosiddetto memento: ossia la redazione, ad opera di una figura un tempo considerata mitologica, di un testo in cui viene raccontata in prima persona la propria storia, dando spesso l’avvio al proprio culto. Un genere che, come sappiamo, ha vita breve – meno di una decade –, nato a partire dal ritrovamento della famosa Stele di Persefone, vicino Cuma (Campania), nell’agosto del 2018. E decisamente non ancora accettato da una nicchia irriducibile del mondo archeologico, nonché – come prevedibile – da nessuna delle grandi religioni monoteiste.

Una teoria senza dubbio suggestiva, che ha rafforzato le tesi degli esoteristi e di una parte rispettabile del mondo archeologico. Che insieme alla Stele di Persefone ha originato una vera e propria categoria esoterico-escatologica, il topos del Ritorno dall’Averno. Che ha portato infine alla nascita di un culto, gli Adoratori di Tacita, catalogata dal CICAP come “setta in via d’espansione”; la quale, per inciso, ha provocato la scissione nientemeno che del mondo wiccan.

Una teoria che, nel buio della caverna impregnata di zolfo, è probabilmente destinata a crescere…

Di seguito il testo – in traduzione italiana – dell’iscrizione:

A chi possa trovarlo. A chi leggerà queste parole. Mi chiamano Tacita Muta, mi chiamano Acca, ma il mio nome è Lara. Io sono Lara. Fui Naiade, ninfa bellissima. Nacqui dal Fiume Almone, che scorre vicino all’Urbe. Mia disgrazia fu la lingua: la usai troppo e infastidii Giove, il Re degli Dei. Egli me la fece mozzare; venni poi condotta negli Inferi, per ordine del tiranno. Mia disgrazia fu la bellezza: il mio conduttore, Mercurio, mi violò. Da me nacquero due gemelli, che mandai a difendere una città crudele. Ora gli Inferi sono la mia casa: io sono, mio malgrado, Signora [Domina] del Silenzio e della Morte. Ma a voi che leggerete, si spera in tempi meno cupi, ammonisco: che da oggi in poi nessuna donna, dopo l’esempio di Lara, vivrà nel silenzio. Che la lingua sia usata sempre, che batta i muscoli, l’oppressione e la violenza. Che vi sia ribellione perpetua. Che finisca il dominio del Silenzio e della Morte.”.

Enrico Giordano

clouds-33

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s