L’Isola dei Feaci. Parte quarta: La Natura e l’Islandese.

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La Natura e l’Islandese

 

Odisseo si sollevò dalla fontana in uno scroscio, aiutato dal braccio possente del dio. L’acqua, nella fretta di abbandonare il corpo, assunse la forma di piccole colonne liquide. Si abbandonò poi ad un lento e stanco gocciolare, fino ad esaurire il proprio moto e scivolare lentamente sul petto nudo dell’eroe.

Egli uscì dalla vasca e si strizzò i larghi pantaloni neri, creando una piccola pozzanghera ai suoi piedi. Si slacciò poi la cinta, da cui pendeva pesante il fodero della spada. La estrasse: era ancora lucente come al tempo degli Eroi, il tempo di Achille e dell’Ira, del sangue rappreso nella polvere sotto il sole e sotto le possenti mura di Troia. Il bronzo lucido riflesse per un istante il suo volto severo: il suo sguardo sembrava trafiggere la lama. L’eroe ebbe un moto d’orgoglio.

“Perché sei qua?” chiese al dio, rinfoderandola. Si cinse nuovamente i fianchi con quella striscia di cuoio logora.
“Sembra che tu abbia bisogno di parlarmi.”, rispose lui. La sua voce aveva un timbro profondo, secco, cavernoso. Un suono stagionato nel lungo tragitto delle corde vocali, amplificato in un’enorme cassa di risonanza – il suo maestoso torace.
“Sono stanco. Solo stanco.”, rispose l’eroe. Si fece poi cupo in volto, fissando lo sguardo a terra. Lasciò il proprio respiro uscire in un rapido sìbilo amareggiato.
“Ormai ti conosco bene. Non mentire a un dio.”.
“Non mento.”, disse Odisseo guardandolo dritto negli occhi azzurri. Ci fu un attimo di silenzio. “Non ora, almeno.”.

“Io ti credo, sei stanco. Ti si legge in quei begli occhi che fanno stragi in tutte le isole e in tutte le terre.”. Il dio sorrise beffardo per una frazione di secondo. “Ma tu mi hai chiamato ed io sono venuto. Dimmi ora cosa ti turba, cosa ti stanca.”.
“Ti ho chiamato?”.
“Mi hai chiamato.”.
Ad Odisseo si accese nuovamente lo sguardo. “E sia, prendiamolo per buono. Ma allora dovresti già conoscere…”.
“Meno arroganza quando parli con un dio.”, lo interruppe il suo interlocutore. “O le tue vesti sono già troppo asciutte?”.
Nonostante quella provocazione, il Re percepiva nei modi di Poseidone una certa pacatezza. Essa, a sua volta, creava una simbiosi perfetta con l’autorevolezza che incutevano la sua voce e la sua figura. Decise quindi di accettare l’esortazione, moderando il proprio tono. Continuò però a fissare il dio negli occhi, cercando di dissimulare l’aria di sfida che faticava a contenere.
“Dovresti conoscere anche la risposta alla tua domanda, allora. Ed è vero che sono stanco, solo stanco, tremendamente stanco. Stanco della vita a cui mi hai condannato, stanco di questo costante peregrinare. Che ogni volta che attracco in un’isola quella non sia Itaca. Stanco di vedere i miei compagni morire e risorgere, soffrire, impazzire, diventare miei nemici e poi tornare fedeli. Stanco di vedere le mie navi distrutte e le mie rotte cambiate. Io sono stanco, perché tu mi hai costretto a viaggiare e a non tornare mai a casa.”.
“Io ti ho costretto?”.
“Tu mi hai costretto e continui a farlo.”.
“Stai veramente dando al Dio dei mari la colpa di tutte le tue disavventure?”.

 

Le labbra di entrambi si fermarono per qualche istante. Odisseo volse lo sguardo altrove – riprese poi a fissare il mare.

“Tu pensi che la colpa sia mia, Odisseo?”, incalzò il dio.

“Penso che se tu non mi avessi preso in odio a quest’ora io starei dormendo con mia moglie.”.
“E invece c’è qualche Procio.”.
Odisseo lo fulminò con lo sguardo.
“Cos’è, non lo sapevi?”. Gli occhi del dio erano divertiti. “Pensavi davvero che ti avrebbe aspettato fino alla fine? Quanto può durare una tela?”.
Il Re si volse verso di lui ed iniziò a camminare lentamente, cingendo nella mano l’elsa della spada infoderata. Il suo sguardo era profondo e imperturbabile, lasciando impressa una nota di sorpresa sul volto del vecchio.
“Sono finiti, Dio del mare, i tempi in cui la mia mente era annebbiata e confondevi i miei amori. Su questo almeno non hai più potere.”. Avanzava. “Che Circe si diverta, che streghi e diventi la Regina dei maiali, dei piccoli roditori, dei naufraghi.”. Si fermò e si accasciò a terra. Raccolse il suo bastone. “Io ho un solo volto in mente, e tu lo sai.”.


La brezza gli scivolò sul volto. Sorrise, sciolse il proprio addome contratto. “Due, se contiamo Argo.”.

 

“Ti vedo ben determinato, Re.”, disse il dio facendosi più serio – per abbandonarsi poi a un “E così… Epico.”.
Odisseo rise assieme al dio, di una risata contenuta ma sincera. Si sedette su una pietra lì accanto, poggiando il bastone al suo fianco. “Ed io non ti facevo così beffardo…”.
“Oh, lo sono spesso, lo sai. Ma ti chiedo scusa per la provocazione. Vedo che siamo tra gentiluomini ora, che la tua Areté si è evoluta e ha seguito il corso del tempo; che sei meno furbo e più saggio.”.
“Scuse accettate.”, disse il Re con certo orgoglio. “Ma resta il fatto che mi hai teso un inganno feroce.”.

 

 

Enrico Giordano

Continua con la quinta parte: Tra timone e tridente!

 

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