L’Isola dei Feaci. Parte terza: Come le onde

pineto

Come le onde

Il dio avanzò lentamente verso Odisseo. Le gambe di cui si era dotato per la sua anàbasi erano grosse e nodose, e si slanciavano sul terreno in parabole ampie ed eleganti. Delle piccole crepe si aprivano come traccia del suo passaggio – vibravano i rami, le foglie secche, l’acqua della fontana. Il resto del corpo era possente, enorme, meravigliosamente armonico: un addome asciutto e levigato, marmo abbronzato modellato da un genio greco – superficie liscia compatta e sinuosa che per qualche motivo era scalfita da un piccolo e grazioso ombelico. E poi un torace ampio, ciclopico, a separare le due spalle maestose. Le braccia grandi e tozze, il tridente brandito nella mano destra.

I suoi lineamenti austeri si scioglievano beffardi in un’espressione superba, si adagiavano sul letto di un volto asciutto e pietroso. Qui una lunga barba bianca s’intrecciava come onde, scivolandovi in rivoli e spuma, scolpendovi il clamore e la furia di due fiumi che s’incontrano.

Le poche vesti adagiate sul suo corpo non tentavano neanche di proteggerlo dal freddo vento di novembre. Al contrario: con una certa arroganza esse offrivano alla luce lunare le sue forme perfette – le sue forme maschili ruvide e setose, aspre, marmoree, armoniche, sgraziate le sue forme cosmiche e sensuali degne di Fidia e Policleto.

Poseidone uscì dal limitare del bosco e scese la piccola scalinata. Si trovava ora vicino al Re. Questi, intanto, lo osservava con attenzione: l’improvvisa comparsa del dio lo aveva spaventato. Si tolse le calde vesti che opprimevano il suo busto. Mise mano al suo bastone e gli si avvicinò di qualche passo, guardandosi intorno con circospezione.

I due poi si fissarono a lungo, senza parlare. Odisseo, che aveva mille parole in petto, tacque.

L’edera – Dioniso il Folle in persona – era ancora dentro di lui. Lo poteva sentire scalciare, dimenarsi, urlare. Bruciava. Il dio selvatico gonfiava i suoi muscoli, gli iniettava gli occhi di sangue, lo sollevava da terra – lo rendeva inquieto ed irrimediabilmente bisognoso di carne cruda, di pelle, di organi viscidi smembrati dalle sue mani nude e sporche. Sudava. Una voce selvaggia gridava dentro la sua testa.

E fu uno scatto – l’eroe si lanciò verso il dio brandendo il suo tirso. Urlava. Era una bestia, un toro furioso. Bastone in mano spiccò un salto, pronto a colpire il volto crudele del dio.

La sua carica si sfranse su quel marmo come un’onda su uno scoglio. Il braccio possente del dio lo aveva colpito dal basso verso l’alto – un movimento arcato, fulmineo, elegante. Odisseo sentì il freddo metallico dell’anello stamparsi sul proprio zigomo. Un fuoco gelido, lo spazio che si muoveva intorno a sé, l’aria sulla pelle; disegnò una lunghissima parabola e cadde come corpo morto.

Suoni confusi. L’ambiente si deforma – campane. Casa le isole un grido. Un pino s’inclina. Rabbia e paura. Argo mi veglia. La barca per le Sporadi. Il sole che scotta e la brezza marina. Eccola viene. Parlo con lei e siamo felici, è notte, è giorno danza per strada e ridiamo. Itaca, tornato, casa. Poi indietro, la breccia milleottocentosettanta, un cavallo e Troia brucia. Il busto dello scrittore manchego sorveglia l’entrata di una caverna, profuma di muschio sudore e vita e non vi batte mai il sole. Piccole fiamme, grandi fiamme, la cera scorre a fiumi.

Due fronti spaziose, due nasi grandi. Un bacio lungo, amore. Nudi nel letto d’ulivo. Fusa e penombra. Soffice, tutt’uno. Un sorriso bellissimo – si distorce si forza sopprime riesce – un pino si spezza – la nave che parte riparte e riparte. Timone verso Itaca, l’anarchico otre dei venti. Grandi occhi castani – uno spacco nel labbro – le mani dei Proci – canti di sirene – Odisseo urlò un urlo lunghissimo, sollevando il torso nudo dall’acqua della fontana e portandosi il braccio al petto. Dolci, crudeli, luminose figure di donne sparirono nel fitto del bosco; le seguirono le ombre, cupe storte e lamentose. Odisseo aveva il volto tre volte bagnato – aveva iniziato a piovere una pioggia leggera – dagli occhi contratti usciva acqua di mare.

L’eroe respirò a fondo. Aveva la mascella dolorante ed uno zigomo gonfio. La sua barba era bellissima, nera e grondante d’acqua. Si stropicciò gli occhi e vide il dio; egli lo osservava severo dal bordo della fontana. Terminò di placare il suo respiro affannoso. Si stropicciò i capelli, si sistemò il ciuffo. Il dio scese sulle ginocchia e gli tese una mano.

La pioggia fina creava tante piccole onde, nell’acqua placida della fontana. Una sinfonia liquida e notturna che si faceva e disfaceva in gocce minuscole, che si estendeva alle mattonelle al bosco agli alberi. E il pino aveva un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora.

Odisseo osservò il braccio marmoreo proteso verso di lui. Risalì con lo sguardo e notò un sorriso benevolo, una barba imperlata di gocce, degli occhi sereni. Decise di fidarsi e tese la mano a sua volta.

Enrico Giordano

Continua con la quarta parte: La Natura e l’Islandese!

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