L’Isola dei Feaci. Parte seconda: Oreibasìa

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Oreibasìa

Odisseo disertò la corte dei Feaci. Era molto provato. Desiderava la solitudine della sera – abbandonarsi ad un lento camminare, immergersi nell’odore pungente dei pini. La luna lo accompagnava silenziosa.

Trascinando i suoi passi arrivò a Montjuic, altura boscosa a picco sul mare: il suo personale monte Citerone. S’inerpicò per le strade deserte, e poi tra i sentieri e le rocce e tra gli alberi ancora. Nelle orecchie il solo fischiare del vento.

Mille pensieri affollavano la sua mente, mentre i calzari affondavano passo dopo passo nella nuda terra e nelle foglie secche d’autunno. Si chiedeva cosa l’avesse spinto a salpare un’altra volta. Se fosse stato lui a scegliere proprio quell’isola, e perché.

Si chiedeva ancora, più semplicemente, come fosse finito lì. Perché non fosse rimasto per sempre ad Itaca, ad abbracciare la donna della sua vita ogni notte e ogni giorno che gli dèi gli avessero regalato. Quale fosse la ragione che lo spingeva ogni volta lontano da casa; che lo costringeva a sognare le dolci colline della sua isola, la compagnia fedele di Argo, l’abbraccio dei propri cari. E soprattutto loro, le dolci labbra di sua moglie, con quel piccolo spacco giusto a metà del labbro inferiore. Le uniche cose di cui l’eroe sentiva davvero il bisogno.

Giunse quindi Odisseo su in cima, fino al castello. Calpestò i mattoni del ponte, e, arrivato di fronte all’entrata, tese il suo corpo per arrivare a toccare la colonna destra. La pietra era liscia, piacevole al tatto. Le sue forme si confondevano con l’oscurità della notte.

La sua mano esperta sprofondò nell’edera. Ne accarezzò la fredda umidità, frugò per qualche lungo minuto in quella sensazione bagnata. L’edera era morbida, liscia e profumata; la sua mano si muoveva dentro di essa con maestrìa. Ci giocava. La palpava, la massaggiava con decisione, la sfiorava e poi la colpiva. Il suo cuore batteva sempre più forte, a ritmo crescente, come un tamburo. L’eroe sudava. Il vento tra i rami produceva un dolce suono ossessivo, simile a quello di un flauto.

Il Re strappò poi alcune foglie. Le stropicciò, le smembrò e se le portò alla bocca, masticando avidamente la loro amarezza. Fu un gesto imprevisto, impulsivo, eppure egli sapeva bene cosa stava facendo. Lo muovevano ragioni che non avrebbe mai rivelato a nessuno.

Odisseo ingoiò il suo singolare pasto, non senza fatica. Scese poi per il sentiero della pineta, buio e polveroso, incontrando tra gli aghi secchi un ramo di pino. Egli lo raccolse e lo ripulì – si punse –, dichiarandolo suo tirso personale. Raggiunse quindi il grande cerchio di mattonato che si affaccia sul porto.

La terrazza era rischiarata dalla luna. Odisseo, appoggiato al battimano in ferro, respirava del mare e fissava l’orizzonte notturno.

Si sentiva rigenerato, colmo di una nuova forza vitale. I pensieri più cupi si erano infranti tra le rocce, e la malinconìa che lo accompagnava era rinfrescata dal profumo dei pini. Nella mano destra stringeva il proprio bastone; con la sinistra si accarezzava la barba morbida, seguendo il dolce ritmo dei suoi pensieri.

Prese dunque a fissare le onde, mentre esse si facevano e disfacevano in una spuma azzurrina contro i piloni del porto. Si sentiva immensamente lontano da tutto ciò. Era adesso un Signore dei monti, un toro, un serpente, un capro – un possente animale di terra capace di saltare tra le rocce e spiccare il volo – librarsi dal mare, dalle sue intemperie. Fuggire dai capricci di Poseidone, il tiranno che lo aveva condannato ad un esilio perpetuo.

L’acqua allora si fece mossa. Il vento iniziò nuovamente ad ululare, ed un turbinìo di foglie iniziò una danza frenetica proprio nel centro della terrazza. Gli alberi si agitavano, tradendo la presenza di una figura possente in mezzo ad essi. Era Poseidone, dio del mare, che si dirigeva verso l’eroe.

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Enrico Giordano

Continua con la terza parte: Come le onde!

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