L’Isola dei Feaci. Parte prima: November Rain

Una canzone: Guns ‘n’ Roses – November Rain

couple

November Rain

  La testa china di Odisseo era diretta verso la porta del piccolo autobus che lo avrebbe condotto all’aereo. Gli occhi, verdi come olive amare, osservavano distrattamente il suolo bagnato della pista. Dalle orecchie al cervello fluiva, come miele caldo, una triste melodia: erano le note di una canzone che parlava di pioggia e di attesa.

   Fu in quel momento che un rigagnolo, figlio della fredda pioggia di novembre, prese corpo su una porzione di terreno rimasta ancora asciutta. Odisseo lo osservò formarsi, crescere, fluire. Ne rimase incantato per qualche secondo, fino a quando uno scatto meccanico chiuse le porte rigate dall’acqua. Dopodiché, con gli occhi inumiditi, si dedicò completamente alla sua canzone.

   L’eroe sapeva che a breve, nella calda Isola dei Feaci, avrebbe riabbracciato tutti i suoi compagni. Sapeva di essere atteso anche da Alcinoo che, insieme alla sua corte, avrebbe preteso il racconto dettagliato delle ultime avventure. Sapeva che sarebbe stato trascinato in mezzo a bagordi, tra vino, danze e banchetti. Eppure, tutto ciò non aveva alcun effetto su di lui. In quel momento, Odisseo era solo.

   I lunghi viaggi, infatti, avevano temprato il polytropon nell’esercizio della presenza mentale. Era diventato difficile per lui astrarsi, tanto più durante una delle sue mille partenze. Egli era dunque il vento freddo, le gocce di pioggia, la pista bagnata. Il rumore degli aerei che salpavano nell’acqua del Mediterraneo.

   Egli era anche il suo cuore dolente, costretto nuovamente ad allontanarsi dalla propria terra. Era i chilometri che si accingeva a percorrere, era gli affetti che lasciava ad Itaca. Era, soprattutto, l’abbraccio spezzato di una Penelope confusa: la sua mora dal naso grande e dal dolce sorriso, l’amore di tutta una vita. Colei il cui profumo impregnava intimamente il suo corpo, e le cui parole sfocate riecheggiavano nella sua mente stanca.

   Una violenta turbolenza scosse l’aereo all’improvviso. Odisseo, con lo stesso sguardo concentrato, osservava i fasci di luce che scorrevano rapidi fuori dal finestrino. Un sorriso apparve poi sulle sue labbra, le sue belle labbra carnose, circondate da una lucida barba nera. Guardò in alto; come a cercare, tra le raffiche e le nuvole, il volto di Eolo in persona.

   Sapeva che il dio non avrebbe mai perdonato il gesto dei suoi sciocchi compagni. Che l’otre dei venti, regalo prezioso per i suoi viaggi e per il ritorno in patria, si era ormai trasformato in elemento anarchico, in piccola maledizione. Lo sapeva e lo accettava. Ne era quasi divertito.

   Delle luci in lontananza annunciavano l’arrivo nell’Isola dei Feaci. Le prime forme che l’eroe distinse furono quelle della grande vela che si spiegava al bordo del mare, quell’edificio peculiare che lo aveva sempre affascinato. Riconobbe poi la torre Agbar, il porto, la Sagrada; il Temple del Sagrat Cor che lo salutava dall’alto del monte.

   La turbolenza era finita. I passeggeri, rincuorati, affidavano le proprie ansie alla calma determinazione con cui il timoniere puntava verso l’aeroporto. La pioggia non rigava più i finestrini, e le luci della città rallegravano la vista. Una musica diversa suonava ora nelle orecchie di Odisseo.

   Nell’isola non pioveva. Fischiava però il freddo vento di novembre, riempiendo i polmoni di aria e cristallo. Odisseo si preparava ad affrontare la sua prova più dura.

Enrico Giordano

Continua con la seconda parte: Oreibasìa!

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