Babilonia

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Foto di Ilaria Pantusa

   L’assetato paesaggio castigliano-manchego scorreva sotto i suoi occhi, mescolando distrattamente, come su una tavolozza da pittore, il verde scuro degli arbusti con il rosso polveroso della terra arsa dal sole. Il treno procedeva a velocità sostenuta, regalando al passeggero una vibrazione sommessa e costante. L’azzurro di quel cielo profondo ed unico al mondo sembrava molto distante dalle colline pietrose, dai vasti canyon desolati, dai filari degli olivi piccoli e scarni.

   Alessandro era stanco. Era ormai alla quarta settimana di viaggio. Una lunga marcia, una corsa continua che lo aveva portato a scoprire e conquistare un’infinità di terre e di città, a conoscere e ammaestrare decine di nazioni, ad apprendere le loro usanze e a portare in Occidente uno strano culto solare.

   Dal finestrino del treno si poteva scorgere una valle sconfinata, il cui orizzonte era increspato da prepotenti massicci rocciosi. A ciò si sovrapponeva, in quel piccolo rettangolo di vetro, l’immagine di un ragazzo esausto. La fronte spaziosa, battuta dal sole per giorni, marcava delle rughe ormai incancellabili. I grandi occhi verdi erano arrossati e socchiusi, e puntavano l’orizzonte assolato. La folta barba nera, normalmente ben domata, iniziava a risentire dell’incuria. Era giovane e in forze, Alessandro. Una mente brillante, ambiziosa, pericolosamente priva del senso del limite.

   Quando poi egli vide un grande fiume, al di là della meseta, capì che le forze lo avrebbero abbandonato in poco tempo. Con un cenno fece fermare il treno. Scese con un salto su quella terra aspra, muovendo la polvere sotto i suoi calzari. Si diresse quindi, a passo lento, verso un punto imprecisato della valle, cercando di conservare la cadenzata solennità dei propri movimenti. Si accasciò sotto un albero, accostando al proprio fianco la spada consumata.

   La fronte ed il petto marmoreo erano imperlati di sudore. La pelle ancora emanava l’odore dolciastro delle mille donne che lo avevano accolto tra i loro fianchi, durante la sua lunga marcia di conquista; donne affascinanti, sensuali, i cui volti ed occhi irrompevano tra i suoi pensieri ad ogni minimo richiamo o sussulto, rivelando gradualmente al giovane la fragilità della sua natura.

   Alessandro si riempì i polmoni di quella calda aria d’altopiano. Il suo sguardo cercò per l’ultima volta il sole, oscurato dalle foglie secche. Si ricordò, allora, delle parole di Diogene, e le sue labbra furono costrette ad un sorriso beffardo.

   Chiuse gli occhi, i quali bruciavano più della ferita che lo tormentava all’altezza del costato. Non provava soddisfazione, tristezza o vergogna; gli era però compagna, ormai da qualche giorno, la pallida amarezza di chi non è riuscito a completare quella che mano a mano era diventata una missione.

   Egli rilassò i muscoli, esausti. Prima di addormentarsi per sempre visualizzò, per un lungo istante, un unico volto silenzioso: erano i dolci lineamenti di quella ragazza meravigliosa, colei che tormentava ogni notte i suoi sogni confusi. Lei, la Penelope che non aveva potuto accompagnare l’eroe nei suoi lunghi e ambiziosi viaggi.

Enrico Giordano

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