La democrazia della Scienza

Negli ultimi giorni si è rispolverato un dibattito che, nelle sue diverse declinazioni, costituisce da secoli un importante fondamento teorico della società che si è venuta sviluppando a partire dalla Rivoluzione scientifica: la supposta “democrazia” della Scienza. L’opinione comune risponde a due atteggiamenti opposti: considerare la Scienza come verità parziale, e quindi passibile di sconferme, opinioni e dibattiti, e ritenerla invece perfetta, sacra, in una concezione che rasenta il positivismo di poco più di un secolo fa. Personalmente devo dissentire da entrambe le posizioni, anche se, prendendo a modello un po’ Hegel e un po’ il Buddha – oggi dalla filosofia non si esce –, mi trovo in una terza via che comprende un po’ di entrambe le precedenti.

In un articolo recente, in particolare, ho letto che bisognerebbe smetterla di pensare che la Scienza sia democratica, che le esposizioni scientifiche abbiano il diritto, o meglio il dovere, di avere un contraddittorio. Mi trovo parzialmente d’accordo: che il contraddittorio sia sempre necessario è ovviamente una sciocchezza che mina alle stesse fondamenta del pensiero scientifico, che di per sé tende alla conoscenza incontrovertibile; pur sapendo di non poterci mai riuscire, forse, ma di essere almeno dotata di strumenti di autoriparazione, ergendosi ad unico giudice di se stessa. Ecco, quest’ultimo dato prova che la Scienza è pura democrazia, nel senso più lato e meno parziale del termine. Forse chi si oppone così tanto alla democrazia della Scienza ha una visione un po’ troppo parziale della democrazia: che non è il regno del caos, dove ogni opinione è giusta. Non è, o non dovrebbe essere, un’istituzione che si fonda sull’assenza di verità e su continui scontri. No: la democrazia è libertà di informazione, dove ognuno può dire e ricercare ciò che vuole; ma anche dove un pensiero poco provato, senza riscontri o con riscontri parziali con la realtà, resterà sempre un pensiero parziale. Esso non uscirà mai dall’ambito della demagogia, che è – anzi, purtroppo dovrebbe essere – l’antitesi di ogni democrazia.

Così succede per la Scienza: anche qui ognuno può ricercare ciò che vuole. La maggior parte degli studi, se non ci vogliamo spingere a comprenderli tutti – in quanto esiste solo ciò che è provato dall’esperienza della realtà –, ha una base statistica: da qui tutte le differenze tra le singole ricerche scientifiche, che spesso si contraddicono senza pietà. La Scienza è un regno del dialogo, che però ha un faro e una missione: arrivare alla verità, spesso autoriparandosi e autoregolandosi, imparando dai propri errori. E ciò non può non darle un carattere profondamente democratico.

Non sto dicendo, certamente, che chiunque è uno scienziato. Tutto il contrario: solo chi ha una solida preparazione sull’argomento in questione, sull’ambito di riferimento e sulle leggi e le interpretazioni della Scienza in senso lato – strumenti anche concettuali, quasi filosofici –, può dirsi in grado di affrontare seriamente una discussione su quel preciso tema. Ma ciò vale anche per la democrazia: non avrebbe senso il voto, se anche solo una parte della popolazione non sapesse leggere o scrivere. Essa non potrebbe informarsi liberamente, rendendo vano tutto l’istituto democratico. È per questo, ad esempio, che le politiche della Destra e della Sinistra storica in Italia hanno rilasciato solo progressivamente il diritto al voto, investendo prima sulla scolarizzazione della massa di analfabeti che erano – erano! – gli italiani. E solo chi conosce bene gli argomenti in questione dovrebbe – dovrebbe! – essere invitato in un dibattito televisivo, per esempio. Per poi confrontarsi con un’altra persona che ha una sua visione, fondata sui suoi dati. Ma ciò non toglie che una verità esista, al di là della difficoltà con cui noi possiamo approcciarci ad essa.

Per tornare alla filosofia, da sempre alleata – e non nemica – della Scienza, possiamo dire che quest’ultima è dialogica, potenzialmente ermeneutica, ma il suo fine – e quindi il suo fondamento – conserva e sempre conserverà un fattore epistemico. E in un senso lato è pienamente democratica.

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