Donne e lavoro nella Spagna della crisi: l’articolo

  Nell’ambito del corso Economía, trabajo e igualdad [Economia, lavoro e uguaglianza], frequentato nel Máster en Estudios interdisciplinares de género dell’Universidad Autónoma de Madrid, mi è stato richiesto di riassumere e commentare un articolo, come prova finale per il superamento del corso. L’articolo che ho scelto trattava della relazione tra crisi economica e mercato del lavoro in Spagna, ma sotto una prospettiva di genere. Con tutte le critiche (soprattutto metodologiche) che si possono fare a quel master in generale, e a quel corso in particolare, ho trovato particolarmente interessante il lavoro che ho dovuto svolgere: è comunque Storia, Storia sociale, di genere, dei giorni nostri. Storia di una realtà socioeconomica particolarmente simile a quella italiana, soprattutto nel contesto europeo, ma che presenta differenze non scontate e particolarmente profonde.

  Vi propongo principalmente il mio personale commento, ma per farlo comprendere meglio pubblico anche, solo per i più coraggiosi, il riassunto dell’articolo in questione. Nel leggere entrambi vi prego di tenere a mente che sono stati redatti in un’altra lingua, e in particolari condizioni di mancanza di tempo (le stesse con le quali li ho tradotti), nonché ad uso di un particolare pubblico accademico.

  Qui potete trovare il commento.

  Riassunto dell’articolo di José Manuel Rodríguez Rodríguez,

Crisis económica, género y mercado de trabajo: luces y sombras”.

Contributo presentato nelle XVIII Jornadas Internacionales de Investigación Interdisciplinar, IUEM-UAM, Aprile 2010

  Con la recessione economica in Spagna è iniziata una fase del mercato del lavoro caratterizzata da forte perdita di impiego e salita dell’indice di disoccupazione; questo processo mostra la sua particolare gravità soprattutto quando compariamo questi tassi con gli stessi dei paesi dell’ambito europeo durante gli stessi anni presi in esame (2007-2009).

  Comunque, concentrandoci sui dati particolari attraverso una prospettiva di genere si può notare come questa fase comporta una dialettica interna che va ad influire quelle che negli ultimi decenni sono state le relazioni tra mercato del lavoro, uomini e donne, caratterizzate da una forte disuguaglianza sotto diversi punti di vista. Ossia, la crisi ha avuto effetti differenti su uomini e donne, e ciò si può osservare nei dati particolari:

  • Tasso di attività: è aumentato quello delle donne, è diminuito quello degli uomini. Ciò si può spiegare con il fenomeno del lavoratore aggiunto, per il quale quando il principale sostentatore della famiglia (in questo caso l’uomo) perde il lavoro, un altro membro (generalmente la moglie o compagna) entra nel mercato del lavoro per garantire un’entrata economica alla famiglia. Ma pur con tutto ciò, il tasso di attività delle donne continua ad essere inferiore a quello degli uomini (di 15 punti).

  • Tasso di occupazione: si sono ridotti entrambi, ma quello maschile in misura maggiore. Questo perché i settori che hanno sofferto maggiormente la riduzione di impego sono quelli prevalentemente maschili, come costruzione e industria. Ma nonostante questo processo di avvicinamente dei due indici, essi mantengono una differenza di 13 punti a svantaggio di quello femminile.

  • Tasso di temporalità: è diminuito per i due sessi, ma quello femminile continua ad essere leggermente superiore.

  • Lavoro a tempo parziale: è aumentato, e continua ad essere un fenomeno generalmente femminile.

  • Tasso di disoccupazione: è salito per entrambi i sessi, ma maggiormente per gli uomini. Ciò ha prodotto una convergenza tra il tasso di disoccupazione maschile e femminile, fatto che si era ottenuto solo nella metà degli anni Settanta del secolo passato.

  In sintesi, nonostante il peggioramento generale del mercato del lavoro in Spagna, si può notare un processo di convergenza delle condizioni di donne e uomini dentro lo stesso mercato.

  Evoluzione della popolazione attiva: L’aumento del livello di attività femminile, che come abbiamo detto continua a verificarsi nel periodo di crisi, conferma il processo di incorporazione delle donne al mercato del lavoro, che ha continuato a prodursi negli ultimi vent’anni. Analizziamo le variabili particolari:

  • Età: nei grafici si può vedere come l’aumento dell’attività femminile si produca nelle donne a partire dai trent’anni, e continui a crescere con l’età. Al contrario, per le minori di trenta il tasso d’attività è diminuito, soffrendo una caduta repentina per le minori di diciannove. Ciò per due fattori: a) la distruzione di impiego ha comportato una discrimniazione per età; b) mentre per le maggiori di trenta si può parlare del fenomeno del lavoratore aggiunto, le minori subiscono quello del lavoratore sfiduciato, ossia che non riuscendo a trovare un impiego smettono di cercarlo (probabilmente per investire nella propria educazione), uscendo così dalla popolazione attiva.

  • Livello di formazione: la salita del tasso di attività si è prodotto per donne di tutti i livelli di educazione, anche se è minore per le meno formate.

  • Nazionalità: l’aumento c’è stato per tutte le donne, spagnole e immigrate, anche se è leggermente maggiore per le immigrate.

  • Stato civile: si può notare una maggiore crescita tra le donne sposate. Questo può essere una prova del lavoratore aggiunto.

  Impiego e genere durante la crisi: nel processo di distruzione dell’impiego causato dalla recessione, c’è stata una differenza sostanziale tra impiego maschile (sceso del 13%) e femminile (sceso del 3%). Per analizzarne le cause, concentriamoci nelle variabili e caratteristiche del lavoro femminile:

  • Età: la categoria che ha risentito di più della crisi sono i giovani di entrambi i sessi, in particolare i minori di 19 anni. Ma mentre il lavoro maschile è sceso per tutte le età, quello femminile è cresciuto per le fasce maggiori di 40 anni: e nello stesso modo che per il tasso di attività, c’è una relazione direttamente proporzionale tra età e tasso d’impiego, che porta a un sostanziale invecchiamento della popolazione femminile lavoratrice media.

  • Livello di formazione: questa variabile ha avuto una evoluzione simile a quella dell’età. Mentre l’impiego maschile scende in tutti i livelli di formazione (anche se la variazione è minore per i meno formati), si può vedere come quello femminile: a) è variato generalmente di meno; b ) la sua onda di impiego per livello di educazione sale fino a diventare positiva per le donne più formate, con un’unica eccezione per quelle che hanno compiuto studi universitari di secondo livello. Con ciò, sembra che la formazione sia un fattore chiave per spiegare la maggior resistenza dell’impiego femminile di fronte alla crisi.

  • Nazionalità: la salita del tasso di disoccupazione è maggiore per le immigrate.

  • Tipo di contratto: la distruzione di impiego ha coinvolto in maniera particolare gli impiegati con contratti temporali, indipendentemente dal genere, e agli uomini con contratti a tempo indefinito. Al contrario, è salito il numero di contratti fissi per le donne: ciò si deve alle politiche dei Programas de Fomento del Empleo (Programmi di promozione dell’occupazione).

  • Tipo di giornata lavorativa: mentre il lavoro a tempo completo è stato colpito molto dalla crisi, lo stesso non è successo con quello a tempo parziale, che addirittura ha aumentato il suo tasso di partecipazione maschile. Ma nonostante questo continua ad essere un fenomeno prevalentemente femminile (quasi 4 su 5 lavoratori a tempo parziale sono donne).

    • Cause del lavoro a tempo parziale: può essere volontario, p.e. per potersi dedicare ad altre attività, o forzato, generalmente a causa della necessità di prendersi cura di un membro della famiglia o del non riuscire a trovare un lavoro a tempo completo. I dati ci dicono che quest’ultima è la causa più comune tra tutte, e questo per i due sessi: quasi la metà delle persone che lavotano a tempo parziale lo fa per l’impossibilità di trovare un impiego a giornata completa. La situazione è peggiorata con la crisi. In ogni caso, della conciliazione della vita lavorativa e familiare continuano a farsi carico quasi esclusivamente le donne, ragione per la quale i dati sulla scelta del lavoro a tempo parziale dovuta alla cura di qualcuno (p.e. un bambino o un anziano) o ad altre motivazioni familiari sono particolarmente rilevanti per esse.C’è anche da dire che sono gli uomini quelli che scelgono di più questo tipo di giornata per conciliare il lavoro con la formazione.

  La precarietà di un impiego è caratterizzata dalla presenza di contratti temporali e/o dal tempo parziale. Vedremo quindi che coloro che subiscono maggiormente la precarietà sono le stesse donne: p.e. un’impiegata su dieci lavora a tempo parziale involontario, mentre per gli uomini la cifra è quattro volte più bassa. La differenza è molta, e anche a livello retributivo quelle che lavorano a tempo parziale sono penalizzate rispetto alle donne con impiego a tempo completo.

  Nell’impiego femminile si è creato un circolo vizioso, nel quale parzialità e temporalità si alimentano l’uno con l’altro. Gli effetti non hanno tardato nel manifestarsi, soprattutto quando parliamo di retribuzione: già nel 2007 una grande quantità di lavoratrici percepivano un salario inferiore al minimo, mentre per gli uomini i numeri erano differenti (14% delle donne rispetto al 3,6% degli uomini).

  L’aumento del tasso di disoccupazione: la salita dell’indice della disoccupazione femminile si è dovuta alla converganza del processo di distruzione dell’impiego generale con l’aumento del tasso di attività delle donne. Il tasso di disoccupazione è aumentato per entrambi i sessi e per tutte le età: comunque, nel caso degli uomini questo aumento è stato sensibilmente maggiore. Ciò ha cambiato la faccia della disoccupazione spagnola, superando la sua composizione essenzialmente femminile: tra 2007 e 2009 la percentuale di donne nel totale dei disoccupati è sceso dal 54% al 45%.

  C’è da tenere in conto, in ogni caso, che l’aumento di disoccupate è stato causato in buona misura dall’ascesa del tasso di attività femminile, seguendo il meccanismo spiegato prima; mentre nel caso degli uomini, dato che il tasso di attività ha avuto una leggera flessione, tutto si è dovuto alla distruzione di posti di lavoro.

  La disoccupazione femminile continua ad essere, a livello particolare, maggiore della maschile. Ma c’è un processo di convergenza, per effetto del quale la differenza tra i due è diminuita fino a raggiungere il mezzo punto percentuale: questo processo ha riguardato tutte le fasce d’età, e in alcuni casi il tasso di disoccupazione femminile è arrivato ad essre addirittura inferiore al maschile (tra i 20 e i 29 anni e tra i 60 e i 64). Si può quindi parlare di un relativo progresso tra 2007 e 2009, si è anche vero che in quasi tutte le fasce d’età la differenza percentuale tra i due (disoccupazione femminile sulla maschile) è diventata inferiore al 10%. In ogni caso, indipendentemente dal sesso, il tasso di disoccupazione continua ad essere inversamente proporzionale all’età: ciò fa sorgere molte preoccupazioni sulla situazione dell’impiego giovanile.

  Come abbiamo già commentato, anche il tasso di educazione è inversamente proporzionale a quello della disoccupazione per entrambi i sessi. Anche la diminuzione di impiego ha riguardato individui di tutti i livelli educativi, si è visto come questa è stata minore per quelli con un titolo universitario. La differenza tra disoccupazione femminile e maschile è diminuita in tutti i livelli educativi; fino al caso di individui con educazione primaria, tra i quali le donne hanno una percentuale particolare minore.

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