Donne e lavoro nella Spagna della crisi: il commento

  Nell’ambito del corso Economía, trabajo e igualdad [Economia, lavoro e uguaglianza], frequentato nel Máster en Estudios interdisciplinares de género dell’Universidad Autónoma de Madrid, mi è stato richiesto di riassumere e commentare un articolo, come prova finale per il superamento del corso. L’articolo che ho scelto trattava della relazione tra crisi economica e mercato del lavoro in Spagna, ma sotto una prospettiva di genere. Con tutte le critiche (soprattutto metodologiche) che si possono fare a quel master in generale, e a quel corso in particolare, ho trovato particolarmente interessante il lavoro che ho dovuto svolgere: è comunque Storia, Storia sociale, di genere, dei giorni nostri. Storia di una realtà socioeconomica particolarmente simile a quella italiana, soprattutto nel contesto europeo, ma che presenta differenze non scontate e particolarmente profonde.

  Vi propongo principalmente il mio personale commento, ma per farlo comprendere meglio pubblico anche, solo per i più coraggiosi, il riassunto dell’articolo in questione. Nel leggere entrambi vi prego di tenere a mente che sono stati redatti in un’altra lingua, e in particolari condizioni di mancanza di tempo (le stesse con le quali li ho tradotti), nonché ad uso di un particolare pubblico accademico.

 Qui potete trovare il riassunto dell’articolo (ripeto: per i più coraggiosi).

Commento all’articolo di José Manuel Rodríguez Rodríguez

Crisis económica, género y mercado de trabajo: luces y sombras

Contributo presentato nelle XVIII Jornadas Internacionales de Investigación Interdisciplinar, IUEM-UAM, Aprile 2010

  C’è una prima considerazione da fare, un po’ amara e abbastanza lampante. Anche se il processo di incorporazione delle donne al mercato del lavoro spagnolo è ben radicato nella storia socioeconomica spagnola degli ultimi decenni – come è stato commentato anche nello stesso articolo -, è scoraggiante vedere di come abbia avuto bisogno di una crisi generale per velocizzarsi. L’uguaglianza diventa così l’effetto collaterale di una corsa al ribasso, nella quale gli uomini hanno peggiorato le proprie condizioni molto più delle donne. Ciò riflette lo specchio di un capitalismo darwiniano, più che la costruzione consapevole e desiderata di una società giusta; di una guerra tra poveri, più che di una battaglia comune.

  Il fatto dimostra che il tessuto sociale non è ancora diventato abbastanza forte da riuscire a dettare regole di equità, e che anzi si piega e cede sotto i colpi del mercato. Il potere contrattuale che dovrebbe aver ottenuto in decenni, in secoli di lotte è risultato molto più debole degli effetti di una crisi, che invece stanno guadagnando importanti conquiste nell’ambito della disgregazione sociale. Si è arrivati così a un paradosso: la collettività delle donne ha trovato nella recessione un potente alleato. Potente, sì, ma infido e pericoloso. Nell’articolo è inoltre mostrato con chiarezza come le conquiste delle donne in questo particolare caso siano in realtà piuttosto effimere.

  Se è vero che queste evoluzioni acquistano importanza in un contesto generale, è altrettanto vero che questo contesto si limita a quello delle statistiche: la sfida ora è di portarlo nel paese reale, di far sì che il contesto generale diventi quello della società, e per di più farlo realizzare nel particolare, nelle singole vite delle donne e delle famiglie spagnole. È un processo che ha bisogno di costruzione, e non di accontentarsi di una distruzione maggiore in un campo considerato spesso, a torto, nemico.

  È vero che se le donne hanno mostrato una resistenza migliore alla crisi non è stato un caso. E se alcuni fattori di questo fenomeno sono effimeri e controproducenti (come la precarietà cui sono affidate con maggiore frequenza, sotto forma di contratti temporanei e a tempo parziale), è vero anche che ce ne sono di estremamente positivi, e frutto di un lavoro costruttivo, propositivo, a lungo termine. Fra questi, spicca senza dubbio l’investimento nell’istruzione, che abbiamo visto essere un pilastro dell’emancipazione femminile nel mercato del lavoro. Ma anche così resta frutto di un meccanismo terribilmente darwiniano, e sembra mancare di organicità progettuale. Lo scenario di una lotta sociale comune è diventato una banale lotta interna. Non sono le donne ad aver vinto, ma gli uomini ad aver perso. E naturalmente, in questo Dividi et impera adoperato dal mercato, se perde uno qualsiasi dei due gruppi umani perdono entrambi.

  Un discorso a parte è costituito dai fattori istituzionali. Abbiamo visto che la deprecarizzazione del lavoro femminile è stata resa possibile soprattutto dalle politiche dei Programas de Fomento del Empleo, che hanno investito soldi e risorse affinché si favorissero i contratti a tempo indefinito per le donne. Gli effetti costituiscono sicuramente un fatto positivo, per l’equiparazione uomo-donna nel mercato del lavoro.

  È chiaro che resta sempre una forzatura, un’imposizione, e che l’obiettivo sarà di non averne più bisogno. Tuttavia, fino a quando i tempi non saranno maturi, la progettazione politica sembra l’unico rimedio efficace. Da questo punto di vista molto interessante è lo scenario internazionale, nel quale tra convegni e risoluzioni, frutto di lunghi dibattiti, si stanno combattendo battaglie a livello globale.

  Un’altra considerazione che si può fare riguarda l’ulteriore conferma del fatto che la conciliazione del lavoro con la famiglia continua a cadere sulle donne. Non è certo una novità, anzi è uno dei cardini del discorso economico da una prospettiva di genere. Non essendo l’oggetto della trattazione, ci limitiamo a notare come in questo caso la crisi non abbia cambiato molto la situazione, ulteriore prova del carattere effimero dei miglioramenti ottenuti dalla collettività delle donne. Ma è un argomento che necessita di una trattazione organica e sistematica, basata sulla rivalutazione del concetto di cuidados [le “cure” ai membri della famiglia, tanto in caso di necessità a tempo pieno – neonati, anziani – quanto di lavori quotidiani, domestici etc], fra l’altro già all’opera da molto tempo, e comprendente aspetti come i permessi di maternità e paternità, altro nucleo importante delle dinamiche di genere nel mercato del lavoro.

  Infine, non possiamo non notare la rilevanza del fenomeno del trabajador añadido [lavoratore aggiunto]. Abbiamo già visto qualcosa di simile in altri Stati europei ed extraeuropei, in altri momenti della Storia. In particolare, è interessante ricordare quello che successe nelle due guerre mondiali nei paesi coinvolti dal conflitto: con gli uomini al fronte, era necessario chiamare le donne per sostenere l’economia e le spese di guerra. Su ciò si fondarono gran parte delle rivendicazioni dei posteriori movimenti femministi: come noto, il fortunato slogan We can do it è stato creato proprio nel 1943 (da J. Howard Miller per conto della Westinghouse Electric) per esortare le donne al lavoro, ma si tramutò, nei decenni posteriori, in un motto di forte impatto e dal grande potere rivendicativo dei femminismi.

  Ebbene, si può fare un parallelismo tra le due situazioni. La trabajadora añadida del dopoguerra ha ottenuto parte della sua ricompensa. Ma allora, come oggi, c’è ancora molto da fare, e bisogna essere abili a riconoscere e sfruttare i meccanismi sociali.

  D’altronde non si parla solo della Storia di genere: ogni qual volta viene richiesto ad una collettività oppressa di lavorare o morire, nel nome dello Stato o del bene comune, chi lo richiede (la classe dominante) deve poi fare i conti con le richieste di quella collettività, la quale aumenta notevolmente il proprio potere contrattuale. Per fare solo un altro esempio, e per rimanere negli USA della Seconda Guerra mondiale, è opportuno citare la partecipazione dei neri alla guerra come base e fattore scatenante di tutti i movimenti sull’uguaglianza nel dopoguerra.

Conclusioni.

  Oltre quelle di cui abbiamo già parlato, e nonostante la frustrazione per saperle il frutto di una crisi più che di un processo costruttivo, bisogna riconoscere e valorizzare tutte le evoluzioni positive dei rapporti tra donne e mercato del lavoro. Che l’aumento del tasso di attività femminile sia un fenomeno apprezzabile e importante, non ci sono dubbi. Che il livello di educazione delle donne continui a crescere è senza ombra di dubbio un’importante vittoria, frutto del processo storico; è certamente una delle più importanti chiavi strategiche nel contesto della dialettica di genere nel mercato del lavoro, e bisogna continuare ad investirci, per una rigenerazione dei piani alti della società.

  Allo stesso tempo, non dobbiamo sottovalutare ciò che resta di negativo. Abbiamo visto che la precarietà continua ad essere associata al mondo femminile, soprattutto per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale non volontario. Abbiamo anche visto come la conciliazione della vita lavorativa e familiare continui a ricadere per lo più sulle spalle delle donne. Sappiamo che se qualcosa peggiora per gli uomini, non vuol dire necessariamente che migliori per le donne; che il cammino per l’uguaglianza è fatto di collaborazione.

  Proprio per questo motivo, non dobbiamo mai dimenticarci che è tutto in continuo sviluppo. La società si evolve, e con essa le istituzioni ad essa relative, l’economia, la politica, in un rapporto di interazione e scambio reciproco. Uno degli aspetti interessanti di questo articolo è proprio quello di aver fotografato un cambiamento. Senza dimenticarci che è ancora in atto, che bisogna lavorare.

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