Le cascate d’Ouzoud (prima parte)

Una canzone:  Abdellah Daoudi – Chwafa chwafa  (o una qualsiasi canzone trasmessa dalla radio marocchina)

  Ad aspettarci c’era tutta un’umanità altra. Era altra pure rispetto a ciò che avevamo visto fino a quel momento, in quello che più che un viaggio era un’avventura e un reportage in terra di Marocco. E tra paesaggi mozzafiato e straordinarie esperienze antropologiche la frase ricorrente era “Regà che posto assurdo”, e forse mai è stata più esaustiva del momento in cui ci siamo trovati davanti alle cascate d’Ouzoud.

  Sono i getti d’acqua più alti del Marocco, e si impongono come una fresca ferita rigenerante nel mezzo dell’Alto Atlante occidentale. Per raggiungerle avevamo guidato per una quantità di tempo che mortificava la nostra propensione alla sopportazione, con più di cinquanta gradi all’esterno, senza aria condizionata, con poca acqua, con la radio che passava musica marocchina o programmi in arabo o francese per ore interminabili mentre si superavano curve e poi curve e poi curve e si schivavano i precipizi e tutto ciò non finiva mai. E passando attraverso montagne rosse e verdi che hanno lasciato un calco nella memoria, centinaia di chilometri, sentendosi piccoli e pazienti viaggiatori persi in spazi immensi e deserti, vallate aride a estensione d’occhio, rocce enormi o forse montagne, e terra, tanta terra secca.

  Alle cascate si arriva da sopra, e la prima cosa che vedi è questo imponente fiume che viene giù dai tuoi piedi. Le guide locali ti circondano, ti soffocano, sei costretto ad accettarle, ma a questo sistema ci si abitua dalle prime ore in cui ci si trova in Marocco. Si contratta un prezzo, poi salta sempre fuori che era una prezzo a persona. Ma spesso avere una guida si rivela utile.

  Subito costeggiammo la cascata, e dalla nuova visuale potemmo vederla in tutta la sua potenza. Ricca vegetazione sopra terra arida ocra e rossa. Un grande cratere, in cui discendevano questi fiumi verticali che spuntavano dalle rocce.

  Ed ecco che discendevamo la montagna in mezzo a questa vegetazione marocchina, tra versi di animali ed escrementi e fango e rocce, un sentiero piacevole nonostante i salti nel vuoto che ogni tanto dovemmo fare. E più scendevamo e più si faceva umido, e si sentivano solo gli animali e le cascate, e non sapevamo cosa ci avrebbe aspettato. Si sudava molto. La guida ci indicò un punto in mezzo alla nuda pietra, dalla parte opposta del fiume: spuntavano lontane queste bellissime scimmie, che facevano capolino da piccoli tunnel nella parete rocciosa.

  Il laghetto alla base delle cascate si faceva sempre più vicino. Attraversammo improbabili campeggi spontanei in mezzo alla foresta, e bar e locali ricavati con precarie recinzioni di canne, mentre tutto era deserto e solo si ammonticchiavano casse d’acqua e bibite.

  Poche decine di metri, e ci trovammo sotto le cascate. Intanto spuntava l’umanità, e alzavamo gli occhi verso il cielo per vedere l’origine di quello scroscio continuo.

Foto di Enrico Giordano
Foto di Enrico Giordano
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