La mia ultima Pasqua

La mia ultima Pasqua fu un po’ strana.

  20 aprile 2014.

  h 20:15: un Frecciarossa parte da Milano Centrale, in 3 ore e 20 sarà a Termini. Dentro, un ragazzo con una valigia, un iPod e un “Focus Storia” (ebbene sì).

  h 08:45: due ragazzi si svegliano in una casa a Verbania. Condividono la stanza. Si augurano Buona Pasqua e si preparano. C’è un bel sole, si respira aria pura nel piccolo giardino. Si preparano un caffè schifoso con un fornello che non si accende, ingoiano alcuni biscotti con relativa calma. Svegliano e salutano altri due ragazzi accampati alla meglio in salone. Uno è stato il loro superiore; l’altro, dimenticandosi del frigorifero riempito da misteriosi benefattori, non fatica a trovare il coraggio di chiedere un euro per un caffè offerto il giorno prima. Non un’altra parola, un commiato, un “Facciamocela una pizza, dai”.

  h 15:50: il ragazzo (chiamiamolo Pepe) viene invitato da un signore anziano ad alzarsi da una partita a carte che si stava svolgendo nella veranda di una casa di campagna nei pressi di Saronno. Il signore vuole mostrargli il suo bellissimo giardino; lo accompagna mano nella mano per più di mezz’ora, in un giardino da ottanta metri quadri. Ma c’è anche l’orto.

  h 00:15: il superiore comunica a uno dei due ragazzi che dopo sei giorni di servizio, pressione e sfruttamento, non c’è più bisogno di loro, che devono andarsene il giorno successivo (con soldi propri). Uno è triste, l’altro tira un sospiro di sollievo.

  h 17:30: in una Milano dal cielo plumbeo arrivano i due ragazzi. Minaccia pioggia, mentre a Saronno il sole spaccava le pietre. La poca luce è quella precedente il crepuscolo. I due ragazzi intentano un giro per la città vuota ed inospitale, che si conclude brevemente a prendere un ape – in realtà birra e dolci -.

  h 10:10: dopo una piacevole e inaspettata attesa in banchina, salgono sul treno che li porta a Milano. Da lì giusto il tempo del cambio di binario, e ripartono in direzione Saronno.

  h 20:00: la corsa in stazione è d’obbligo, per uno dei due ragazzi (chiamiamolo Pepe). Anche se l’ape è stato consumato con tutta la calma possibile a duecento metri da Milano centrale. L’altro ragazzo insiste per accompagnarlo: si salutano. Il primo sta per tornare a Roma; l’altro, di Foggia, resta ospite improvvisato da un amico. Niente “Facciamocela una pizza, dai”: diventa “Mi ospiti a Roma, vero?”.

  h 09:35: i due ragazzi escono dalla casa a Verbania. Non hanno un mezzo per andare alla stazione del treno, che dista più di sette chilometri. C’è una macchina, ma l’arrogante ex superiore, l’unico che può guidarla, non ha la patente. È la domenica di Pasqua. Per strada, la desolazione. Nella fermata dell’autobus c’è scritto chiaramente “Non ci vedrete mai”. I taxi non rispondono. Hanno poco più di mezz’ora per arrivare alla stazione. Ciascuno di loro ha una valigia ingombrante, uno zaino, un grande cappotto che rallenta i movimenti e li fa sudare al sole di fine aprile. Uno dei due (chiamiamolo Pepe) decide giustamente di provare a farsela a piedi. L’altro, visibilmente più scaltro, insiste per fare autostop. Dopo un centinaio di metri a camminare e voltarsi indietro al rumore di ogni macchina e fare cenni disperati, quello scaltro riesce a fermare un’auto. Si abbassa il finestrino, e un albanese – Niko il suo nome – ha pietà di loro e li fa salire. Sa qualcosa come sei parole di italiano, due di queste sono “Grazie, davvero”.

  h 12:30: alla stazione di Saronno già li aspetta uno zio lontano di uno di loro. Non si vedono da molto tempo: da lì a Foggia la strada è lunga. Un quarto d’ora in macchina e arrivano a casa sua, in campagna, dove li attende la famiglia al gran completo. Il ragazzo non vede la maggior parte di loro da più di dieci anni. Sono stati avvisati la mattina stessa dell’arrivo suo e di un suo amico, chiamiamolo Pepe. Presentazioni e un po’ di imbarazzo.

 

  Pranzo di Pasqua: la famiglia è riunita, con un lontano nipote e un suo amico. Si mangia tanto, si beve, si ride, ci si conosce. Sono tanti e calorosi, dai 7 anni ai 90 e passa. Sembra quasi di essersi riuniti finalmente tutti dopo un anno, dall’altra Pasqua, in cui c’era quel buonissimo arrosto e la pasta era troppo al dente, e il nipotino aveva detto la sua prima parolaccia.

  La disumanità della settimana trascorsa, il capitalismo emotivo, la meccanizzazione e lo sfruttamento dei sentimenti e dei legami si sciolgono su quella tavola, nel vino, nei piatti preparati per ore.

  Dopo l’ennesimo dolce che mette alla prova l’elasticità dello stomaco si va a giocare in veranda. Uno dei due ragazzi si era defilato giusto al momento del caffè; l’altro, chiamiamolo Pepe, era rimasto solo tra persone di due generazioni prima, piacevoli, umane.

  Il nonno si alza, prende la mano del ragazzo e pieno d’orgoglio gli mostra ogni albero, cespuglio, ramoscello, fiore e foglia del suo orto, del suo giardino.

  Oh, ma ne valeva la pena.

Foto di Enrico Giordano
Foto di Enrico Giordano

07/01/2015

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