Sevilla

  Siviglia è dorata. Meglio, ha il colore del sole sul bianco avorio abbronzato, di una crema dal sapore sempre fresco. Ma in realtà abbonda di colori, tutti caldi, sapientemente mescolati. È sole, è città di palme, d’acqua, di vicoli larghi con edifici dai tetti bassi che vivono in eterni pomeriggi d’estate, con la luce solare tagliata in giochi fantasiosi. È una città che respira, ha piazze e si vede sempre il cielo. Spiccano alcuni fari di bellezza, la Giralda, la Torre de Oro, ma il suo incanto è diffuso e copioso.

  Il mio ricordo della città è indissolubilmente legato a Giulia, una ragazza eccezionale, una cara amica che ha ospitato me e la mia bellissima compagna di viaggio. Ma questa è un’altra storia, storia di viaggi, di persone, incontri, avventure, bellezza in movimento. Di presabbene. Una storia da raccontare un’altra volta.

  La città è racchiusa ma spaziosa; ha uno stile tutto suo, datole dalla sua Storia, dalla sua ricchezza e importanza. Un carattere spontaneo nato dalla fortunata fusione delle architetture dei fondatori, dei dominatori, dei conquistatori; e ancora degli aristocratici e del loro lusso, dei ricchi e della loro eleganza, degli arricchiti in colonia e del loro sfarzo, del popolo e dei suoi colori.

  I colori pastello che ti circondano ordinati ed artistici nelle piazze e nei vicoli lasciano il posto ad un bianco crema diffuso non appena si sale sulla Giralda, e le infinite variazioni del colore della sabbia e del sesamo e dell’ambra e della terra bruciata; e la città diventa più araba. Non l’arabo magnificente dei grandi portali damascati, o delle poche costruzioni imponenti che sono rimaste: un arabo reticolato, addossato, parzialmente ingentilito dal carattere fluviale – quasi marittimo – di Siviglia e da secoli di urbanistica razionale.

  Alcune piazze restano nel cuore. Plaza de España è una grandissima costellazione di hispanidad, un gioiello che tra ampiezza e ricchezza mozza il fiato. La plaza del triunfo sembra quasi un porto, con le lunghe e possenti catene in ferro che collegano tra loro i pali, ai quali con grande disincanto non ho visto ormeggiata alcuna barca di pescatori andalusi. Aranci e palme. Tra gli edifici che si impongono in questo grande spazio c’è la cattedrale, una delle meraviglie del mondo. Nella sua torre campanaria, la Giralda, il canto del muezzin ha risuonato a malapena per cinquant’anni, prima che la città venisse strappata – o riconquistata, si dice – dalle mani arabe. Si scende e ci si trova tra i profumati aranci ornamentali di un vasto giardino dal pavimento di mattoni, solchi e fontane.

  Nella stessa piazza, cumulo di meraviglie, si trovano anche i Reales Alcázares de Sevilla: casa di Re, testimone architettonico di come l’evoluzione dell’animo di un popolo, nella Storia, passi spesso per la spada. Ma anche esempio di come le culture umane si affaccino l’una sull’altra, anzi di come si fondino, l’una sull’altra; di come si tendano la mano, comunichino, e si lascino eredità a dispetto di ogni stomaco trafitto dal metallo. O forse, più prosaicamente, di come al potere importi ben poco di anima di popolo, e allora a tendersi l’occhiolino non sono più le genti ma solo la supremazia di due case regnanti.

  L’Archivo General de Indias finisce di riempire il grande spazio vuoto della plaza. È profondamente coloniale fin dall’enorme facciata; le palme sparse qua e là ti portano in altri continenti. E già vedi i mercanti che tornano dalle Americhe trattare i loro affari d’oro e tabacco in quel grande edificio costruito apposta per loro, e gli avventurieri narrare le loro storie esotiche, e gli indios piangere e morire ad un oceano di distanza. Ora la costruzione ospita le loro carte, le loro storie.

  Perché Siviglia è anche il suo passato coloniale, e di esploratori e mercanti e preti e disperati e soldati. E il tabacco che veniva lavorato nella Real Fábrica de Tabacos, a duecento metri dalla casa dei mercanti. In una città che trasforma tutto e si reinventa, la Fábrica ora ospita l’Università di Siviglia. L’edificio ti incanta.

  E basta andare allora verso il fiume, prospero, e farsi una passeggiata a qualsiasi ora del giorno e soprattutto dell’imbrunire. E camminare al confine con l’acqua in un parco sempre diverso sempre pieno di cura e bellezza. E passare ponte e andare in quello che fu quartiere gitano, con le sue case colorate una di fianco all’altra in una ricchezza armoniosa e piena di vita e voci, e non sapere quale parte del fiume scegliere per guardare meglio l’altra. E la vegetazione che nasce copiosa in terra arida e le barche poggiate alla riva che con la loro presenza fanno sembrare il fiume ancora più grande.

  E perdersi nelle voci di un popolo sempre in festa, e fare le sette del mattino nella vastissima Alameda de Hércules in compagnie sempre nuove e rincontrarsi sempre con i vecchi amici, e vivere dell’anima gitana di questà città, del flamenco che le sale dalle viscere, e allora ti sembra Granada o Cadice o qualsiasi posto in qualsiasi parte di questo mondo nel quale le mani battono più veloci del cuore e vedi il fuoco e allora inizi a ballare.

Una canzone e una danza: Bienal de Flamenco 2014 – Farruquito

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Tutte le foto riprodotte finora sono di Enrico Giordano
Tutte le foto riprodotte sono di Enrico Giordano
Foto di Ilaria Pantusa
Foto di Ilaria Pantusa

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