La storia di Tan

Crabo fu schiacciato dal mammut, e

la Tigre ferì la schiena di Tan;

s’infettò e morì, come suo padre,

come vide la Vecchia in un sogno”

Alcune morti secondarie, Enrico Giordano.

Attorno al fuoco come usanza, parla l’anziano. Il suo nome è Karan. È il nipote di Tan, e suole narrare la sua storia. Probabilmente è l’unica che conosce. Ma ogni volta cala il silenzio, ogni volta che si alza in piedi, con uno scatto inaspettato, e allora cessano i tamburi ed ogni orecchio tende verso la sua bocca, da cui si intravedono a fatica solo tre denti neri. E gli si versa un po’ di questa bevanda strana, dall’odore acre, che annebbia le menti, che piace tanto agli uomini.

Quella volta, quella volta io non c’ero, ma mi hanno raccontato tutto, si tratta del padre di mio padre e la memoria la tengo io. È una storia strana e tenebrosa, che riguarda le cose che non si vedono, o che solo alcuni vedono, sapete, dobbiamo tutti rispettare la Vecchia perché gli spiriti e a volte gli avi le parlano. Vecchia!”, grida Karan, e nulla succede. “Vecchia!”, dalla bocca impastata, e niente ancora. Una giovane si avvicina alla Vecchia, la accarezza, le muove la mano. La Vecchia dai capelli bianchi scuri stoppacciosi, dagli occhi velati di bianco e senza più pupille, apre la bocca piano, due fili di bava gliela attraversano: “Mnnnn!”, grida con la poca voce che le resta.

Ecco, sapete perché dovete rispettarla”, continua Karan. “Quando ebbe luogo questa storia era già la Vecchia. E io, io ero piccolo piccolo, ma già un cacciatore esperto. Ero al mondo da poche lune e già cacciavo in braccio a mia madre. Non ero neanche nato quando successe tutto questo. Il padre di mio padre era però un cacciatore esperto, un uomo, un giovane che brillava per forza e coraggio, e bellezza. Si chiamava Tan. Aveva gonfiato da poco la sua donna, che in poche lune avrebbe partorito mio padre, un altro uomo coraggiosissimo, perché la mia stirpe è dorata. E allora uscirono di caccia in molti, per il mammut, che era stato visto. Tra di loro c’era anche Crabo, un cacciatore esperto, un uomo valoroso ed intelligente. La caccia andò male, l’agguato fallì. Crabo era un uomo stupido e fu ucciso dal mammut, schiacciato dalla sua enorme zampa. Riuscirono tutti a scappare, meno lui”. Karan beve un po’ della bevanda. Il fuoco è caldo, ci scotta il viso, e quando possiamo ci ripariamo con la sua ombra. Però è vecchio e barcolla, e non è facile. “Quindi Crabo fu una grande perdita, perché era un gran guerriero, un cacciatore esperto. Ma non vi ho ancora detto cosa successe davvero. Successe che la Vecchia si era addormentata nel mezzo della giornata, e aveva sognato tutto questo nello stesso momento in cui succedeva. La notizia arrivò all’alba del giorno seguente, perché i cacciatori si erano spinti lontani e dovevano ritornare. Ma non era l’unica cosa che aveva sognato la Vecchia. Vero Vecchia?”, grida ancora, e ancora niente. “Vero vecchia?!” grida forte, molto forte, e la Vecchia con gli occhi per aria fa uscire un flebile “Mnnnn”.

La Vecchia aveva sognato anche del padre di mio padre. Aveva sognato che sarebbe morto come suo padre, cioè il padre del padre di mio padre, cioè per una ferita della Tigre, ma dopo qualche giorno. Nessuno le aveva creduto perché sì, aveva visto Crabo, ma Crabo era stupido, molto bravo e soprattutto coraggioso, quindi era ovvio che sarebbe morto così, per il troppo coraggio, anche se era astuto. Tutti credevano poi che aveva mischiato le persone, perché ha fatto morire il padre di mio padre come suo padre, e allora è normale che aveva pensato l’uno come l’altro, perché era già vecchia e poi i sogni sono strani. Cinque giorni dopo, dopo il rito per farlo passare a Crabo, che era un grande cacciatore, il valoroso Tan, che sta qui vicino a guardarci e proteggerci, il valoroso Tan uscì per andare a dirlo alla tribù di Crabo, che era venuto qui nella nostra perché aveva seguito una donna, ma non era della nostra, e Tan era andato ad avvertirli. Sapete cosa successe?”. Chiede Karan, ma tutti lo sappiamo già. Diciamo comunque di no, perché è il nostro racconto preferito.

Beh ve lo dico tra poco!”, dice lui. “Prima vi voglio dire che le migliori frecce per l’arco le trovate dal nostro Berek, che vi chiederà in cambio solo un po’ di cibo! Se poi volete essere come loro”, dice indicando i suonatori di tamburo, “allora andate da Tornot, che ha braccia possenti e vi insegnerà bene a suonare, e come fare il tamburo, e lo farà con voi! Per questo ottimo vino invece…”. Ci alziamo, che noia, magari torniamo tra un po’.

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